MARGARET THATCHER, RITRATTO DI UNA LADY

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Prima il dovere e poi il dovere: secondogenita di Alfred Roberts, droghiere e predicatore laico metodista a Grantham, nel Lincolnshire, Margaret era cresciuta assorbendo la morale paterna, la parabola dei talenti, l’etica rigorosa del lavoro onesto e ben fatto che apre o dovrebbe aprire a chiunque la possibilità di migliorarsi e, con un po’ di fatica e sacrificio, di arricchirsi in un mondo libero (soprattutto dalla minaccia del comunismo, rappresentato dall’Unione Sovietica), fondato sul libero mercato.

Dal padre, conferenziere alle riunioni del Rotary locale, aveva imparato l’arte oratoria ed ereditato il gusto per il dibattito, per la polemica anche vivace. Grande ammiratrice del comandante in capo durante la seconda guerra mondiale, Winston Churchill, era stata delusa dalla sua successiva sconfitta elettorale, ma aveva capito che l’ammirazione popolare è volatile e che comunque esiste sempre la possibilità di una rivincita. Pur di andare all’Università di Oxford con una borsa di studio, senza gravare sulle austere finanze famigliari, aveva scelto una facoltà scientifica, Chimica, che aveva il vantaggio di garantirle per il futuro l’indipendenza economica. Ma lo scopo della sua vita era la politica e negli anni di Oxford si era fatta le ossa durante le riunioni dell’Unione degli studenti conservatori.

La strada verso Londra era destinata a rivelarsi complicata, osteggiata dalla diffidenza dell’ambiente del partito verso una donna con origini nella piccola borghesia di provincia, senza un adeguato pedigree famigliare né una laurea umanistica, giuridica o almeno economica. Il matrimonio con il ricco imprenditore Denis Thatcher, dopo le due prime prevedibili sconfitte elettorali, le aveva però consentito di avvicinarsi alla city, di chiudere velocemente la questione della discendenza con la nascita di due gemelli, nel 1953, e di dedicarsi poi agli agognati studi giuridici, conseguendo la seconda laurea, in Giurisprudenza, e il titolo di avvocato fiscalista. Quindi era tornata alla carica dei Tories.

L’ingresso in parlamento, nel 1959, è stato il primo passo verso una serie di primati nei successivi governi conservatori, ma soprattutto come prima donna leader dell’opposizione nel 1975. E prima donna a capo del governo britannico (e di un governo europeo) quattro anni dopo. A quel punto la Gran Bretagna aveva già capito con chi aveva a che fare: una condottiera ostinata e patriottica fino al midollo, un’estremista liberale, dalla risposta sempre pronta e dalla preparazione meticolosa, per saperne sempre una in più dei suoi avversari.

Dalle confidenze dei suoi collaboratori si saprà, molti anni dopo, che era meno impietosa di quanto volesse apparire e di come è stata rappresentata da registi, caricaturisti e cantautori, e tramandata dall’immaginazione popolare. Aveva a cuore i malati di Aids, il virus che si stava diffondendo come la peste a metà degli anni 80, andò a trovarne alcuni di nascosto in una clinica alla periferia di Londra. Nascondeva i suoi cedimenti emotivi dietro la maschera della Lady di Ferro che non ammetteva compromessi, piegava i sindacati, privatizzava la compagnia aerea di bandiera e altri grandi imprese nazionali, lasciava morire i ribelli irlandesi in sciopero della fame nelle carceri britanniche, inviava nel sud dell’Atlantico tutta la potenza navale britannica per riprendersi le Falkland e lavare nel sangue l’onta dell’invasione argentina.

Mai più sconfitta alle urne (ha vinto tre elezioni consecutive), ha certamente avuto nell’arco di 11 anni e mezzo qualche ruvido scambio di opinioni (mai trapelato) anche durante i suoi incontri settimanali con la regina Elisabetta che non condivideva l’incapacità della Thatcher di scendere a patti, in particolare con i lavoratori britannici. Europeista negli anni 70, sostenitrice della Comunità Europea, per ragioni di mercato e per opporre un forte baluardo agli appetiti dell’Urss, l’Iron lady ha cambiato rotta quando ha intravisto la nascita di un super stato europeo, dotato di parlamento, burocrazia e governo, e, peggio del peggio ai suoi occhi, una moneta unica o anche solo comune.

La sua intransigenza al Consiglio Europeo di Roma, nell’ottobre del 1990, ha finito per armare la congiura di partito che già aleggiava alle sue spalle. Il “no” britannico al documento che avrebbe portato poi al Trattato di Maastricht e l’abilità strategica dell’entourage di Andreotti – come racconta il suo consigliere diplomatico del tempo, ambasciatore Umberto Vattani – contribuì a isolarla al vertice di Roma e a determinare la sua caduta, il mese dopo, a Londra, quando i suoi ministri, uno dopo l’altro, l’abbandonarono, incredula e ferita, al suo destino. Senza comunque toglierle la forza di scegliere il suo erede, John Major e, quando il potere tornò ai laburisti, di proclamare che il suo maggior successo era stato Tony Blair, molto più vicino alla sua impostazione politica che ai principi della sinistra.

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